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Arthur Schopenhauer

Biografia


Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco.
Nato a Danzica nel 1788 e morto a Francoforte sul Meno nel 1860.
Figlio di un banchiere e della scrittrice Johanna Schopenhauer, viaggiò con i genitori per tutta l'Europa. Dopo la morte del padre (1805) riprese gli studi interrotti, frequentò le lezioni di Schulze a Gottinga (1809) e quelle di Fichte a Berlino (1811), concependo fin da allora un'avversione non semplicemente dottrinaria per i maestri dell'idealismo classico tedesco (Fichte, Schelling, Hegel), che qualificò più tardi come “i tre ciarlatani”. Nel 1813 ottenne a Jena la “licentia docendi” con uno scritto Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente. Nel 1818 pubblicò, nell'indifferenza generale, il suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione. Dal 1820 al 1831 tentò più volte di tenere corsi liberi a Berlino, trovando sempre scarsissima udienza. Ferito nell'orgoglio e incapace di contrastare il successo a suo giudizio immeritato di Hegel, abbandonò l'insegnamento e si ritirò a vivere a Francoforte (1831). Qui pubblicò, fra l'altro: Sulla volontà nella natura (1836), I due problemi fondamentali dell'etica (1841), la ristampa arricchita del Mondo come volontà e rappresentazione (1844) e Parerga e paralipomena(1851), una raccolta di saggi che ebbe molto successo e la cui pubblicazione segnò l'inizio della scoperta di Schopenhauer da parte della cultura tedesca e soprattutto dei giovani, inclini ormai al pessimismo dopo la caduta delle grandi speranze di rinnovamento politico e morale suscitate dagli eventi del 1848. Schopenhauer gustò così nell'ultimo decennio della sua vita il sapore di quella gloria che aveva invano inseguito negli anni della giovinezza e della maturità. 

Schopenhauer deriva da Kant la distinzione di fenomeno e noumeno. Il primo si esaurisce nel suo essere “rappresentazione” di un soggetto: se per ipotesi tutti i soggetti scomparissero, il mondo delle rappresentazioni cesserebbe di essere con loro. Nella rappresentazione il contenuto o materia è organizzato dal soggetto mediante forme a priori che Schopenhauer, eliminando la distinzione kantiana di intuizioni pure e categorie dell'intelletto, riduce a spazio, tempo e causalità. Mentre per Kant la “cosa in sé” è inconoscibile e ogni tentativo della ragione teoretica di valicare il limite del mondo fenomenico è destinato al fallimento, per Schopenhauer invece esiste, al di là dell'attività rappresentativa, un'esperienza privilegiata che consente, a chi si cala abbastanza a fondo in se stesso, di scoprire la vera natura della realtà. L'intuizione immediata ci attesta che alla radice di tutte le manifestazioni della nostra esistenza c'è un'oscura “volontà di vivere”. È legittimo per Schopenhauer estendere il risultato di questa autoesplorazione a tutto il mondo delle rappresentazioni e concludere che alla base dell'universo fenomenico c'è la “volontà” (il termine è assunto non nel significato della filosofia classica di “appetizione razionale”, ma in quello di “impulso cieco”, di “energia vitale”).

Il pessimismo di Schopenhauer (che è l'aspetto più universalmente noto della sua filosofia) è motivato dalla considerazione che la volontà implica costitutivamente il dolore. La vita si identifica con il desiderio e connaturata a essa è la condizione di bisogno e di mancamento, che si manifesta come sofferenza. Del resto lo stesso stato di provvisorio e relativo appagamento porta con sé la noia, “sentimento metafisico” per eccellenza: anche la noia è sofferenza e il suo sopravvenire fornisce un'ulteriore conferma dell'infinità del volere e dell'inappagabilità di esso. Chi rifiuta la comodità delle transazioni consolatorie non può non riconoscere che “il pendolo della vita oscilla fra il dolore e la noia”.

Schopenhauer ritiene tuttavia (e il passaggio pare a molti non del tutto conseguente) che l'uomo possa sottrarsi alla “schiavitù della volontà”. L'intelligenza si emancipa in primo luogo dalla sua funzione strumentale e diventa organo di conoscenza disinteressata. L'individuo si sottrae alla dura catena del desiderio e diventa un puro soggetto contemplante, che ha dinanzi a sé non fenomeni ma idee, le pure essenze interposte fra l'energia creatrice della volontà e il mondo della rappresentazione. In tale conoscenza disinteressata consiste appunto l'arte, nella quale si realizza la prima forma di liberazione dalla schiavitù della volontà. Si tratta tuttavia di una libertà momentanea e fuggevole, rispetto a quella che può essere conseguita attraverso un processo di limitazione crescente della volontà di vivere, il quale ha al suo culmine la totale autonegazione. Questo processo muove dalla giustizia (con cui ha inizio il superamento dell'illusione dell'esistenza individuale) e, passando attraverso la compassione e l'amore, culmina nell'autonegazione della volontà di vivere, che diventa così nolontà. Schopenhauer ha qui presenti esperienze di tipo ascetico, soprattutto quelle realizzate dai santoni indiani, e non il suicidio, che è per lui un modo tragico di soggiacere alla volontà di vivere e non una via per sopprimerla. Così l'unico valore che emerga dal mondo è il nulla della sua negazione. Questo potrà sembrare troppo poco agli uomini “che sono ancora pieni di volontà”. Ma per coloro nei quali la volontà si è rinnegata e dissolta il fatto che questo nostro universo, “con tutti i suoi soli e le sue vie lattee”, si riveli come il nulla costituisce un'esperienza assai più appagante delle trasparenti mistificazioni offerte dal teismo e dal panteismo. Nonostante alcune innegabili e fondamentali incoerenze, il pensiero di Schopenhauer ha esercitato un notevole influsso sulla filosofia del nostro secolo, in particolare sull'esistenzialismo e su tutte le correnti ostili al provvidenzialismo idealistico.